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Verso una civiltà della decrescita

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L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita e il sovvertimento dell’attuale modo di vita; l’utopia consiste nel credere che la crescita della produzione sociale possa ancora condurre a un miglioramento del benessere, che essa sia materialmente possibile.
André Gorz

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10,00 €

Scheda tecnica

TitoloVerso una civiltà della decrescita
Autorea cura di Marco Deriu
Anno2016
Pagine312
Formato14x21 cm
CartaRevive Natural, riciclata al 100%
InchistroEcologico a base vegetale
LicenzaCreative Commons 3.0
ISBN9788897883487

Dettagli

con i contributi di
Erik Assadourian | Veronika Bennholdt-Thomsen | Giovanni Bernardo | Bruna Bianchi | Mauro Bonaiuti | Alberto Castagnola | Yves Cochet | Simone D’Alessandro | Giacomo D’Alisa | Daniela Degan | Federico Demaria | Marco Deriu Dalma Domeneghini | Arturo Escobar | Giorgos Kallis | Isabella Landi Serge Latouche | Joan Martinez-Alier | Paola Melchiori | Mary Mellor | Helena Norberg-Hodge | Agnès Sinaï

La parola decrescita è urtante, dà fastidio. Ci ricorda che un’intera era è finita. Che la civilizzazione che l’ha caratterizzata è al collasso e che l’unica possibilità di immaginare un futuro vitale sta in un profondo cambiamento riflessivo. L’idea di decrescita contiene un richiamo ad elaborare questo lutto, a riconoscere la necessità di una radicale discontinuità, a rileggere quello che stiamo vivendo in termini più complessivi di un passaggio di civiltà.
Dentro le società ricche e sviluppate si sta facendo largo un movimento profondamente consapevole che la civiltà dell’accumulazione, del consumismo e della crescita si rivela oggi per quel che realmente è: una parentesi nella storia umana, un vicolo cieco evolutivo.
Tutto questo chiama in causa il nostro stile di vita, le nostre abitudini quotidiane, il nostro rapporto con altri paesi e culture, e un sempre più inevitabile ripensamento delle relazioni sociali fondamentali tra uomini e donne di differenti generazioni.
L’idea della ricerca di una qualità della vita differente fondata sulla frugalità, sul fare con meno, non è più il patrimonio di una nicchia ma sta pian piano attraversando l’intero corpo sociale e diventando un patrimonio diffuso.

Quando pensiamo al cambiamento pensiamo alla sostituzione di una struttura con un’altra, ma fatichiamo a vedere la propensione, la tensione, la modificazione che stira e deforma il mondo di cui facciamo parte. Dobbiamo invece vedere quello che sta emergendo di nuovo dentro il deperimento del vecchio. Attraverso nuove forme di autorganizzazione, di autoproduzione, di scambio e condivisione si riduce pian piano la dipendenza dal mercato e si va lentamente costituendo una forma di “sussistenza moderna”.
Il futuro non è ovvio. In verità stiamo partecipando ad un movimento di trasformazione più grande e più profondo, che ora possiamo solamente intuire e che infine ci cambierà tutti.

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    L’utopia oggi non consiste affatto nel preconizzare il benessere attraverso la decrescita e il sovvertimento dell’attuale modo di vita; l’utopia consiste nel credere che la crescita della produzione sociale possa ancora condurre a un miglioramento del benessere, che essa sia materialmente possibile.
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